Home Arte ARCIMBOLDO A ROMA: UN VIAGGIO NELL’IRONIA, NELLO STUPORE E NEL MISTERO

ARCIMBOLDO A ROMA: UN VIAGGIO NELL’IRONIA, NELLO STUPORE E NEL MISTERO

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Un viaggio nell’ ironia e nello stupore, ma anche nel tempo e nello spazio. Da Milano fino alle corti dell’Europa centrale, per tuffarsi nel fervido contesto culturale della seconda metà del XVI secolo che metteva al centro la curiosità, combinando l’osservazione minuziosa e scientifica con il gioco, la meraviglia e l’ironia.

E’ questo che offre ai visitatori la mostra su Arcimboldo, per la prima volta a Roma, visitabile fino all’11 febbraio 2018 a Palazzo Barberini; un’occasione imperdibile per avvicinarsi ad un artista eclettico e misterioso.

Ad accogliere i visitatori nei saloni del Palazzo è proprio lui, il protagonista della mostra, anzi il suo Autoritratto Cartaceo in cui Arcimboldo appare come un uomo maturo dall’aria distinta, raffigurato a mezzo busto. L’opera risale al 1587, anno indicato sul bavero, in cui il pittore fece ritorno nella sua città, Milano.

La capigliatura, composta da rotoli di carta, rispecchia la natura multiforme di un uomo che fu scienziato, filosofo, inventore, architetto e poeta.

Il pubblico romano potrà ammirare i capolavori di questo misterioso artista provenienti dai musei di Basilea, Denver, Houston, Monaco di Baviera, Stoccolma, Vienna, Como, Cremona, Firenze, Genova e Milano, sua città natale.

La mostra, a cura di Sylvia Ferino-Pagden, una delle maggiori studiose del pittore italiano, è articolata in sei sezioni e ripercorre la vita artistica di Giuseppe Arcimboldi ,dal periodo milanese fino al suo trasferimento, nel 1562, alla Corte imperiale di Vienna e poi, nel 1583, a Praga dove rimarrà per qualche anno prima di poter tornare a Milano, dove si spegne nel 1593.

Arcimboldo nacque a Milano nel 1526, in un periodo in cui la vita artistica della città era in fermento e l’influenza di Leonardo continuava ad esercitare un forte fascino.

All’età di vent’anni seguì le orme paterne esordendo nell’arte sacra come disegnatore di cartoni per le vetrate del Duomo di Milano e in seguito progettando anche un affresco per il Duomo di Monza e un grande arazzo con la rappresentazione della Dormitio Virginis per il Duomo di Como, che si può ammirare nella terza sezione della mostra.

Fu però col trasferimento alla corte imperiale di Vienna, su richiesta di Massimiliano d’Asburgo, che Arcimboldo trovò fortuna divenendo “pittore di sua maestà reale”e, negli anni a seguire, guadagnando perfino il titolo nobiliare, rarissimo per gli artisti, di “Conte Palatino”.

A Vienna e poi a Praga, al seguito di Rodolfo II, svolse i compiti tipici dell’artista di corte: eseguì ritratti della famiglia imperiale, organizzò tornei e cerimonie e fu perfino incaricato di acquistare oggetti degni delle WunderKammer degli Asburgo, ma soprattutto sviluppò il tema che lo farà passare alla storia dell’arte: quello delle “teste composte” di frutti, fiori e ortaggi che, assemblati, creano qualcosa di diverso e inaspettato.

Proprio queste nature morte antropomorfizzate di Arcimboldo, restano fra le più inconfondibili creazioni del Cinquecento europeo.

Ospitate nella sezione centrale della mostra, il ciclo delle quattro stagioni, in combinazione con quello dei quattro elementi (Terra, Aria, Acqua e Fuoco), sono il cuore pulsante dell’esposizione e testimoniano tutta la fantasia e la sapienza dell’artista nella rappresentazione delle cose naturali, ma anche la volontà di ingaggiare un gioco con l’osservatore chiamato a decifrare i significati simbolici nascosti dietro le immagini.

Nelle sue opere non c’era solo la volontà di stupire l’annoiato pubblico delle corti di Asburgo ma, ciò che all’apparenza era burlesco, fu anche un potente strumento di propaganda politica che contribuì alla gloria dell’imperatore.

Alle Teste reversibili di Arcimboldo è poi dedicata una sezione a parte. Anche in questo caso è evidente il gioco dell’ambiguità visiva voluta dal pittore: L’Ortolano e Il Cuoco sono immagini di nature morte che, ruotate di 180 gradi, assumono una conformazione del tutto diversa, come a dire due quadri in uno.

Conclude quindi l’esposizione la sezione dedicata alle pitture “ridicole”. Capolavori come Il Giurista e Il Bibliotecario dimostrano una volta di più l’ironia di Arcimboldo: il Giurista, formato degli strumenti del mestiere, si apparenta al Bibliotecario, composto unicamente da libri.

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