Anna Politkovskaja

”Con il presidente Putin non riusciremo a dare forma alla nostra democrazia, torneremo solo al passato. Non sono ottimista in questo senso e quindi il mio libro è pessimista. Non ho più speranza nella mia anima. Solo un cambio di leadership potrebbe consentirmi di sperare”…

Così scriveva  Anna Politkovskaja nel libro “La Russia di Putin”, pubblicato in Italia da Adelphi nel 2005, e che tornerà in libreria il 14 marzo.

Troppo forte risuona oggi il messaggio di Anna, le sue inchieste, le sue denunce, la sua ricerca della verità, quella che l’ha portata a uno scontro frontale con il regime del presidente Vladimir Putin e l’ha vista sconfitta nel 2006 a colpi di Makarov nell’ascensore del palazzo di Mosca dove la giornalista abitava.

Anna Politkovskaja, reporter per amore della verità e dell’umanità

E’ quasi naturale tornare a quelle parole di denuncia, in giorni in cui il vento della guerra soffia forte sull’est per volere della Russia, anzi, per decisione di chi la guida da venticinque anni. Lo stesso uomo, gli stessi apparati, già protagonisti di altre guerre, come quella, terribile, condotta in Cecenia in cui l’esercito russo si macchiò di tali e tanti misfatti da spingere la reporter che ne raccontava per il settimanale Novaja Gazeta a definire quella regione massacrata un angolo di inferno.

 Per conoscere meglio la figura di questa giornalista, esce in questi giorni un romanzo basato su una minuziosa ricerca e documentazione. Si intitola Anna Politkovskaja reporter per amore, edito da Morellini. E’ un libro che ci porta dentro la battaglia di Anna, dentro la Russia di Putin, ma anche dentro la vita di una donna che, fino alla fine, fu cronista, madre, figlia, moglie e più di tutto il resto un essere umano in profondo contatto con esistenze sofferenti che chiedevano aiuto e giustizia.

Ne parliamo in quest’intervista con Lucia Tilde Ingrosso, giornalista e scrittrice, autrice del libro e appassionata narratrice della figura di Anna Politkovskaja .

 Anna Politkovskaja, intervista a Lucia Tilde Ingrosso

Lucia, ci racconti, come nasce il suo interesse per la figura di Anna Politkovskaja? Qual è la genesi del libro Reporter per amore che esce proprio in giorni in cui le denunce di questa giornalista risuonano più forti e attuali?

“Avevo già scritto di lei ne “Il sogno di Anna”, un libro uscito per Feltrinelli nel 2016. Era un libro per ragazzi e mi era stato chiesto di scrivere di qualcuno che potesse essere per loro un modello. Partendo da lì, studiandola, mi sono appassionata a lei. Nella primavera del 2021 ho scoperto la collana “Femminile singolare”, edita da Morellini che propone la vita di grandi donne sotto forma di romanzo. Ho proposto Anna Politkovskaja e ho trovato grande entusiasmo. Quindi questo libro ha una gestazione che inizia diversi mesi fa, sarebbe dovuto uscire a fine gennaio e invece esce ora a marzo. E’ stato ovviamente un caso, ma certo che questa è una circostanza forte data l’attualità in cui ci troviamo immersi”.

Cosa la attraeva del personaggio di Anna Politkovskaja quando si è avvicinata per la prima volta alla sua storia?

“Mi attraeva di lei, quello che sapevamo tutti. La figura di questa giornalista, coraggiosa perché era consapevole di andare incontro alla morte a causa del suo lavoro. Le bruciava dentro il desiderio di raccontare la verità. Una verità che in questi giorni torna di prepotente attualità.

Qualche giorno fa abbiamo visto le terribili immagini del bombardamento, da parte dei russi, di un ospedale pediatrico in Ucraina. Bene, mentre le guardavo, la mente mi è andata subito a un episodio della vita di Anna. Lei è stata oltre quaranta volte in Cecenia, ma la volta in cui è tornata più stravolta è stata proprio dopo aver assistito al bombardamento di un ospedale pediatrico. Tornata a casa ancora stordita, al limite della sopportazione, ha trovato il marito che, stanco di quella vita e di quella sofferenza, l’ha lasciata.

Ho pensato quindi che quello a cui assistiamo a questi giorni è in un certo senso, con le dovute differenze, una storia che si ripete. Solo che noi venti anni fa non ce ne occupavamo. E viene spontaneo chiedersi se avremmo potuto ascoltare di più quello che ci raccontava e per cui è morta Anna Politkovskaja.

Quindi da giornalista, ovviamente, la prima cosa che mi è interessata di lei è stata la dedizione assoluta al suo lavoro, il suo coraggio e la determinazione a tenere la schiena dritta nonostante la situazione. Perché di giornalisti, in Russia, anche dopo la caduta dell’Unione sovietica ne hanno ammazzati tanti. Lei è stata la giornalista uccisa numero 28 nell’era di Putin. Prima e dopo di lei, ce ne erano stati e ne sono venuti altri. Ora il metodo più utilizzato è quello di screditare i giornalisti, di non farli lavorare, di isolarli in ogni modo. Un metodo che anche Anna aveva abbondantemente sperimentato”.

Cosa ha scoperto invece su di lei, l’ha sorpresa particolarmente?

Studiandola, la cosa che ho capito, ed il motivo per cui ho scelto il titolo “Anna Politkovskaja, reporter per amore”, è che lei, oltre a fare il suo lavoro di ricerca e documentazione della verità per far capire al suo popolo in che regime viveva, chi era Putin, l’orrore di quella guerra, nutriva anche un vero amore, molto profondo, per le persone e le loro vicende. Un’empatia che aveva trasformato il suo impegno professionale in una ‘missione’, perché si sentiva addosso tutta la responsabilità del suo ruolo e della necessità di aiutare chi subiva soprusi e ingiustizie. Raccontava che i ceceni si aggrappavano a lei per cercare salvezza, e lei sentiva di essere il punto di riferimento di tutte queste persone disperate.

 

Per preparare il suo libro su Anna Politkovskaja,  ha raccolto anche i ricordi di chi l’ha conosciuta. Ce n’è qualcuno che l’ha colpita di più? E perché?

In questo libro il 90%  di quello che racconto è vero, preso da cose che ha scritto lei e, soprattutto, da tante testimonianze di chi l’ha conosciuta. Una che è stata particolarmente preziosa è quella della sua amica Nadya che mi ha raccontato la parte personale della vita di Anna. Il rapporto con il marito per esempio, che all’inizio era un giornalista molto più affermato e famoso di lei e che, quando lei si fa assorbire completamente dalla sua battaglia non ce la fa più e la lascia. O il rapporto con la famiglia, la sorella, i figli, il cane Van Gogh.

Una testimonianza che mi ha consentito di entrare più nell’intimo di questa cronista integerrima. Per raccontare che, allo stesso tempo, era una donna con la sua vita da gestire. E queste due cose lei le ha fatte coesistere fino alla fine. Quando l’hanno uccisa stava tornando a casa carica delle borse della spesa, in cui c’erano le cose appena comprate da portare alla mamma malata ricoverata in ospedale.

Ci sono poi i ricordi di Nicola Nobili, l’interprete che è stato al suo fianco come suo traduttore al Festival della Letteratura di Mantova. Mi ha raccontato molte cose importanti e ormai ‘irrecuperabili’, perché per volere dei figli, che sono riservatissimi, nulla di questo evento è più disponibile online, e così Nicola mi ha fatto rivivere in ogni dettaglio questo incontro con il pubblico italiano.

Poi c’è la testimonianza di Roberto Saviano, che non l’ha conosciuta personalmente, ma ne ha condiviso la sorte di pagare con la propria libertà personale la scelta di raccontare la verità fino in fondo.

La ventesima testimonianza poi, quella dell’editore Riccardo Cavallero, mi ha fatto riflettere sul fatto che lei poteva forse salvarsi, ma ha scelto la strada della coerenza. Cavallero mi ha raccontato infatti che nel 2004 l’aveva incontrata in Spagna per consegnarle un premio. Lei aveva appena subito l’ennesimo tentativo di avvelenamento e da Londra era arrivata la notizia che le avevano concesso l’asilo politico. Lui la invitò a festeggiare la notizia, ma lei rimase fredda, spiegando che non si sarebbe mai trasferita e sarebbe rimasta a casa sua.

Ha potuto scegliere dunque, e ha scelto coraggiosamente di restare per non lasciare solo chi contava su di lei per la propria battaglia di giustizia. Un aneddoto che mi ha confermato l’idea che avevo già su di lei”.

Quanto è importante rileggere in questi giorni la sua opera, i suoi articoli, i suoi libri?

Credo molto, tanto è vero che Adelphi ha deciso di ripubblicare proprio questa settimana il suo “La Russia di Putin”.

Per sottolineare l’attualità della vicenda e della testimonianza di Anna ti dico anche che sono stati presi gli esecutori materiali del suo assassinio, ma mai il mandante. Putin, sospettato numero uno, appresa la notizia della morte di Anna disse: ‘mi darà fastidio più da morta che da viva’.

L’altro sospettato di essere invischiato nell’omicidio della giornalista è il dittatore della Cecenia, Razman Kadyrov. Saputo della sua morte commentò: ‘Era una donna, doveva restare in cucina’. Questo personaggio è subito accorso in aiuto di Putin in Ucraina, mandando armi e uomini.

 Lei è morta, loro sono ancora lì, e noi forse potevamo aspettarci quello a cui stiamo assistendo in questi giorni.

All’epoca, che effetto ebbe la sua morte all’interno della Russia?

Quando lei è stata uccisa nessun organo di stampa russo o televisione ne ha parlato. Nessun esponente delle istituzioni è andato al suo funerale. Putin era a Dresda per incontrare Angela Merkel e non ha fatto una piega, ha solo commentato con la frase: “Mi darà più fastidio da morta che da viva”. C’è stato un funerale che ha raccolto un migliaio di persone tra famiglia, amici e colleghi e l’unico politico europeo presente è stato Marco Pannella.

Quindi ha avuto eco zero, ma lì la libertà di informazione non esiste. Sono pochissimi i media indipendenti, e uno è Novaja Gazeta,  il giornale in cui lavorava Anna Politkovskaja e il cui direttore l’anno scorso ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace. Le persone non sono informate, ci sono sicuramente tanti russi per bene che sono contro la guerra, che vorrebbero libertà di informazione e democrazia.

Cosa cercava di dirci Anna che noi non abbiamo voluto ascoltare?

In realtà lei era ascoltata e amata in occidente: i suoi libri erano pubblicati e venduti. Ma i nostri governanti continuavano a far finta di non sapere e non vedere davanti a Putin.

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