allattamento al seno

Lavoro e allattamento a rischio: cos’è, a chi spetta e come fare domanda

L’importanza e i benefici dell’allattamento al seno sono noti ma, se conciliare lavoro e maternità non è mai semplice, in alcuni casi può persino essere rischioso. Nell’ambito della tutela della maternità è compresa una misura particolare: l’allattamento a rischio.

Ma cos’è? Cosa prevede in tal senso la legge? Quali tutele per le neo-mamme lavoratrici? In questa guida di TuaCityMag parliamo di allattamento a rischio e di come fare richiesta di interdizione al lavoro per rischio fisico e biologico fino al compimento del settimo mese di vita del bambino.

Per tutelare la sicurezza e la salute della donna e del neonato nel periodo dell’allattamento, il Testo Unico in materia di maternità e paternità prevede una misura volta proprio a garantire alle neo mamme lavoratrici uno stile di vita sano che non pregiudichi o comprometta la quantità ma anche la qualità del latte a disposizione.

Chi può fare domanda di allattamento a rischio?

Alcune categorie madri lavoratrici che svolgono particolari mansioni a rischio hanno quindi diritto di richiedere l’astensione dal lavoro, retribuita al 100%, fino al settimo mese di vita del bambino.

Hanno diritto a fare domanda per allattamento a rischio tutte le donne le cui mansioni lavorative prevedono notevoli sforzi fisici o l’esposizione ad agenti pericolosi per la salute propria e del bambino.

Nello specifico, i settori lavorativi che presentano fattori di rischio per l’allattamento sono: il settore industriale; il settore della sanità; il settore della ristorazione e del commercio alimentare; il settore dell’agricoltura; il settore estetico e parrucchiere; il settore alberghiero e domestico nonché il settore scolastico.

Il motivo è presto detto. Infatti, le neo mamme che lavorano in uno di questi settori potrebbero entrare in contatto con pericolosi agenti chimici, biologici o fisici.

Radiazioni ionizzanti, vernici, gas, polveri, fumi, mercurio e derivati, pesticidi, sostanze tossiche, corrosive, esplosive ed infiammabili sono tra le eventualità a rischio più comuni in questi settori.

Ma non solo. Hanno diritto a fare domanda per allattamento a rischio anche quelle donne che sostengono notevoli sforzi fisici o carichi posturali scorretti prolungati nel tempo, come ad esempio le stesse insegnanti.

Come fare domanda?

Terminato il normale periodo di congedo di maternità, al momento del rientro sul posto di lavoro, spetta specificatamente al datore valutare, nel rispetto delle linee guida elaborate dalla Commissione dell’Unione Europea, se la mansione della lavoratrice è compatibile con l’allattamento.

Il datore di lavoro ha l’obbligo di adottare tutte le misure necessarie per scongiurare i rischi per la salute ed eventualmente assegnare alla neo mamma lavoratrice una mansione compatibile con l’allattamento fino al compimento del settimo mese di vita del bambino.

Se ciò non è possibile, si ha diritto all’astensione dal lavoro post partum fino al settimo mese, presentando apposita istanza scritta alla Direzione Territoriale del Lavoro competente che provvederà all’interdizione dal lavoro. E’ possibile scaricare l’apposito modulo qui.

Per la domanda di allattamento a rischio dovranno essere indicati i dati anagrafici della lavoratrice nonché generalità e sede della ditta,società o amministrazione dove effettivamente svolge attività lavorativa.

Si dovrà inoltre specificare il settore nel quale si è impiegate, la qualifica della lavoratrice e anche il tipo di contratto di lavoro.

La lavoratrice deve anche dichiarare di avere presentato al proprio datore di lavoro il certificato di nascita e la data di presentazione dello stesso. Ricordiamo, infatti, che questo va presentato entro 30 giorni dal parto.

All’istanza di interdizione dal lavoro per allattamento a rischio devono poi essere allegati i seguenti documenti: certificato di nascita del figlio o autocertificazione; dichiarazione del datore di lavoro che attesti la mansione o il lavoro ritenuto a rischio a cui è assegnata la lavoratrice e la precisazione dell’impossibilità di adibirla ad altre mansioni; DVR redatto da datore di lavoro e infine, ove richiesto, il certificato di un medico del lavoro.

Se la domanda non viene accolta dalla Direzione Territoriale del Lavoro competente, è possibile presentare ricorso via PEC o raccomandata R.R. entro 10 gg. dal ricevimento del diniego.

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