Home Cinema A VENEZIA 74 LA ROMA “CONTAGIATA” DELLE BORGATE E DELLE BORGHESIE

A VENEZIA 74 LA ROMA “CONTAGIATA” DELLE BORGATE E DELLE BORGHESIE

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La Roma del “Contagio” sbarca al Festival di Venezia e racconta una Capitale livida, in cui borgate e borghesie si confondono nello stesso malessere.

Il film di Matteo Botruno e Daniele Colucci è ambientato al Laurentino 38. Qui si intrecciano le vite di diversi personaggi, fra cui emergono Marcello (Vinicio Marchioni), ex culturista votato alle marchette per coprire i debiti di gioco e droga, e Mauro (Maurizio Tesei) palazzinaro e spacciatore.

In comune, Marcello e Mauro, oltre ai loschi affari di droga, uno è spacciatore e l’altro è consumatore, hanno anche due mogli coraggiose: Chiara (Anna Foglietta) e Simona (Giulia Bevilaqua).

In realtà, in tutto il film le varie figure femminili, in particolare quelle interpretate da Foglietta e Bevilaqua, impongono la loro presenza, seppure talvolta silenziosa e remissiva, in maniera dominante.

“Sono tutte figure molto forti – spiegano i registi – votate alla famiglia, che cercano in tutti i modi di salvare i loro compagni.”

Chiara e Simona, come tutte le altre donne del film, chiudono gli occhi davanti alla corruzione, alla violenza, alla follia dei mariti, perché è stato insegnato loro a non ribellarsi.

 

Chiara, affetta da una grave depressione, accetta passivamente la presenza di Walter (Vincenzo Salemme) nella vita di Marcello; conosce benissimo la relazione fra i due, ma decide di non vederla. Simona è complice dell’ascesa al potere di Mauro e, sebbene all’inizio ne sia entusiasta, accecata dal desiderio della nuova ricchezza, ben presto capisce che le cose importanti nella vita sono altre.

“Se guardiamo la storia dal punto di vista femminile – proseguono i registi – nel finale tutte le donne, in un modo o nell’altro, si liberano di questi uomini ancora bambini. C’è chi denuncia il marito violento, chi si uccide per il dolore e l’umiliazione ricevuta da un figlio, e chi, come Simona, guarda Mauro da dietro le sbarre del carcere con la consapevolezza che il marito è più al sicuro in carcere che fuori. Insomma: finalmente libere.”

Il contagio, presentato a Venezia alle Giornate degli Autori, è idealmente ispirato all’omonimo romanzo di Walter Siti, che racconta la malattia che accomuna la Roma delle borgate e quella delle borghesie,una città in cui non esiste il confine fra corrotti e corruttori.

Il film rimane fedele alla narrazione del romanzo: nella prima parte, quella più corale, assistiamo al vero e proprio contagio, ai tramonti di periferia e alla comune sensazione di essere in un’altra città rispetto alla Roma da cartolina. La Roma vera è un posto dove regnano il degrado, la noia e la mancanza di lavoro, ma immancabilmente splende il sole.

A guidarci invece nell’altra città, la Roma borghese “che si sta imborgatando, mentre le borgate di adeguano ai valori borghesi “, per citare Pasolini, c’è il personaggio di Walter, a cui viene data la possibilità di enfatizzare l’eterna lotta fra il bene e il male. Il gioco d’azzardo, il consumo di cocaina, una rapporto sessuale e persino la morte, vengono rappresentati come veri e propri rituali. Un tunnel senza via d’uscita, come quello che si sviluppa nella seconda parte del film quando assistiamo all’ascesa del coatto Mauro tra il popolo della “Roma bene”, certificato dal trasloco in zona Prati. Tutto si tinge di colori freddi, fino al finale, quando Walter torna nel cortile del condominio dove tutto è iniziato.

Alla fine, la cronaca (la sceneggiatura è stata scritta durante l’inchiesta su Mafia Capitale), si mescola al romanzo di Siti; davanti a noi mezzi verità e una pellicola senza infamia e senza lode sui drammi dei nostri giorni.

In sala dal 28 settembre.

 

 

 

 

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